Alcune strade si imboccano molto prima di sapere cosa vogliano dire davvero. Per Alessia Rubino, progettista con base a Milano, l’architettura è arrivata così: una passione che dall’età infantile ha trovato concretezza in un percorso professionale. Percorso che ci racconta in quest’intervista, da quanto imparato vivendo il cantiere in prima persona, al passaggio da nuova costruzione a ristrutturazione, fino alla progettazione di edifici volti all’ospitalità turistica.
Prezioso è il suo punto di vista sulle chiusure filo muro, specialmente quelle per impianti. Parla infatti di queste chiusure come un valore aggiunto, se gestite in maniera gradevole – in grado di aumentare la bellezza percepita di una casa grazie anche alla cura di disimpegni e spazi residui.
Come mai hai deciso di diventare progettista?
Già a tre anni dicevo: “Da grande farò l’architetto.” Nessuno ci crede, ma la mia è stata proprio la classica vocazione.
Poi negli anni ho seguito questa strada e nessuno mi ha fermato. Mi ritengo, fortunatamente, una delle persone che la mattina è contenta di andare a lavorare.
Poi, la fortuna di questa professione è che ti dà la possibilità di spaziare in ambiti che non sono la mera progettazione o il cantiere, ma anche tutto ciò che c’è dietro.

Quali sono le fondamenta della tua professione, i principi del tuo lavoro di professionista che progetta e realizza i desideri del cliente?
I miei primi lavori riguardavano la nuova costruzione, principalmente residenziale. Ho sempre seguito tutto l’iter, e uno dei principi con cui mi piace affrontare il lavoro è la sinergia con i diversi professionisti.
Quindi nasco con questo tipo di approccio, seguendo la progettazione e la direzione del lavoro in cantiere.
Adesso mi occupo principalmente di ristrutturazione, e posso dire che è più facile costruire il nuovo che intervenire sulla pre-esistenza.
Per questo, secondo me, un altro aspetto che per un progettista non può mancare è l’essere presente in cantiere, perché ti permette di affrontare le problematiche che emergono.
E questo non solo con i tecnici ma anche con le manovalanze, che nella fase iniziale del mio lavoro mi hanno insegnato gran parte delle conoscenze e dei trucchi del mestiere che la formazione universitaria non dà.
È grazie anche a loro che si riesce ad affrontare le problematiche del cantiere e risolverle, sempre con un occhio per i costi e i benefici di quello che proponi al cliente.
Quindi sei passata dalla nuova costruzione alla gestione dell’esistente. C’è una ragione?
La più banale è che lavoro su Milano. Nei vent’anni di professione è notevolmente cambiata la disponibilità dei terreni dove poter costruire.
Un altro motivo è la mia committenza, che è cambiata nel corso degli anni.
C’è il cliente privato, e poi ci sono gli investitori che comprano appartamenti ristrutturandoli, frazionandoli nell’ottica di rivenderli o di affittarli.
Ognuno di loro ha esigenze diverse, necessità di tempo e budget diversi. Quindi spaziamo un po’ in tutti i settori.


Quali sono gli ambienti che ti stimolano di più all’interno di un’abitazione, dal punto di vista progettuale e di realizzazione?
Sicuramente la zona giorno, perché è l’interfaccia della casa non solo con gli abitanti, ma inevitabilmente anche col resto delle conoscenze.
È il biglietto da visita di un appartamento.
Poi, per assurdo ci sono zone che vengono “dimenticate”, che invece hanno un potenziale. Quindi i disimpegni, gli ingressi e tutte le parti dove viene nascosta l’impiantistica della casa.
Per fortuna la parte impiantistica è diventata estremamente importante all’interno di un’abitazione. Anche l’utente privato, quindi non del settore, ha una sensibilità che prima non aveva verso le nuove tecnologie che permettono non solo una vita più semplice in casa, ma anche un risparmio energetico. Questo vuol dire che l’architetto si trova a dover affrontare il tema di dove posizionare questa tecnologia, che deve essere accessibile in maniera sicura.
È qui che secondo me si fa il salto di qualità in una progettazione corretta e integrata all’interno di un appartamento. Il valore aggiunto del professionista si vede in questi dettagli.

Parliamo del cantiere, dei pregiudizi e delle paure che i lavori non finiranno mai in tempo e che l’andamento è sempre un po’ un’incognita. Tu come gestisci i lavori e il rapporto con le maestranze?
Sicuramente c’è una paura latente nel cliente verso il cantiere. Coinvolgerlo e farlo venire spesso aiuta a rendergli questo ambiente un pochino più agevole. Quando si rende conto della professionalità delle maestranze che lavorano si sente più sicuro.
Dal punto di vista della progettazione, farne una più dettagliata possibile porta ad affrontare il cantiere con tempistiche predefinite. Le scelte dei materiali poi sono legate all’utente, bisogna necessariamente trovare un compromesso. Però tutta la parte tecnica, dallo sviluppo del cantiere alle finiture, riusciamo a definirla nel dettaglio contenendo tempi e costi.
È chiaro che lavorando soprattutto nella ristrutturazione ci sono delle incognite che non sono prevedibili.
Ma l’esperienza mi ha insegnato a ragionare nella peggiore delle ipotesi, così che se ci troviamo davanti a un problema sappiamo già come risolverlo, come appunto la chiusura degli impianti.
Da lì poi c’è tutto quello che viene costruito, quindi le finiture e gli arredi. Alla manovalanza non viene chiesto di conoscere questi aspetti, ma coinvolgerla nel processo decisionale è sicuramente la scelta migliore, ciò che porta alla soluzione più rapida e poi, essendo condivisa, anche più facile.
L’importante è che ci sia la soluzione per affrontare tutto serenamente, soprattutto se ci si affida a professionisti anche in grado di guidare.
Altrimenti i problemi sembrano risolti solo momentaneamente.
Ai miei clienti dico sempre: “Se ho lavorato bene non vi sento più. Al massimo vengo volentieri a bere un caffè.”


È un tema su cui lavoriamo tanto anche noi, occupandoci di una piccola porzione che fa il suo gioco all’interno dei cantieri, ovvero le Chiusure A FiLO. È ancora un mondo nebuloso, spesso gli architetti ne hanno paura e delegano la scelta. Ma in questo modo si perde il controllo sul progetto. Qual è il tuo punto di vista sulle chiusure filo muro? Quali elementi utilizzi più spesso nei tuoi progetti e quale contributo pensi che possano dare?
Utilizzo le chiusure filo muro in due aspetti fondamentali.
Uno è la chiusura degli impianti: una questione estetica sicuramente, ma anche emozionale.
Questo perché è un valore aggiunto, se ragionata, posizionata in punti giusti, se si integra perfettamente nel contesto e se non crea problemi nel momento in cui la apri facendo staccare l’intonaco.
L’altro aspetto che mi appassiona è l’arredo, non solo come porta filo muro, ma la creazione di locali in più in disimpegni e altre zone. Quindi la possibilità per il cliente di avere spazi altrimenti inutilizzati, rendendoli esteticamente molto gradevoli e integrati all’interno del contesto delle luci, dei colori, eccetera…
Non avendone conoscenza, all’inizio non avevo mai pensato a questo utilizzo. Poi, anche grazie alle vostre formazioni, ho sviluppato questo aspetto molto stimolante.

Parlando dei tuoi lavori attuali, quali progetti stai seguendo al momento che ti ispirano particolarmente?
Uno dei progetti che ho sottomano è un appartamento di due piani in centro storico a Milano, da trasformare in stanze ma rispettando il contesto storico dell’edificio.
Infatti un settore che ultimamente sto seguendo è quello della “hotellerie”, chiamiamola così. C’è sempre più richiesta, sia da parte degli operatori del settore che dal privato che vuole investire, di creare degli appartamenti per gestirli come camere di albergo.
Sono lavori che si potrebbero affrontare in maniera banale, “tanto è da dare in affitto”, ma siccome è un settore che si sta molto sviluppando bisogna essere competitivi. Quindi l’aspetto estetico è fondamentale e uno stimolo in più per noi progettisti.
C’è sempre di più un interesse, sia dei privati che degli investitori, verso il bello, forse anche grazie alla pubblicità. Prima questo veniva un po’ meno, ma semplicemente perché non c’era l’interfaccia con cui farlo vedere.
Una cosa bella è che mi trovo spesso a realizzare appartamenti da mettere a reddito, ma dove il cliente li fa come se fosse casa sua. È una sensibilità sempre più presente e molto positiva, che da parte del progettista dà il valore aggiunto alla sinergia che si crea per arrivare all’obiettivo.
Anche in questo contesto l’impiantistica è importantissima per chi investe. Se non è ben fatta e gestibile, diventa tutto estremamente complesso e poco remunerativo, per tutta la manutenzione richiesta.

L’intervistata
Arch. Alessia Rubino
L’architettura da vocazione è diventata una professione per l’Arch. Alessia Rubino. I suoi lavori si sono evoluti nel corso del tempo passando da nuove costruzioni a ristrutturazioni con un accenno particolare al tema dell’hospitality. In questo modo segue le esigenze dei tempi che cambiano e fornisce a privati e investitori l’occasione di rivalorizzare vecchi ambienti destinandoli a nuove vite e all’accoglienza.
Il focus principale del lavoro dell’Arch. Rubino sta nel coniugare una progettazione attenta a ogni dettaglio (compresi i possibili imprevisti) con il cantiere.
Il vero tocco consiste nel dare attenzione non solo agli spazi principali e alle “cose belle” ma anche a impianti o spazi spesso dimenticati che se curati pos- sono fare la differenza.


